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POLLOCK PROJECT Action Playing |
Finalmente Autunna et sa Rose è in grado di presentare questo nuovo progetto, nato sulla scia dei fermenti improvvisativi già coltivati in passato, ed oggi giunti alla necessità di essere in un certo qual modo organizzati in un proprio autonomo ambito espressivo.
Jackson Pollock è stato il principale esponente del movimento artistico,
quasi più un collettivo spontaneo di artisti, formatosi a New York
durante gli anni ’40 e oggi noto come Espressionismo Astratto, o, con un termine
coniato nel 1951 da un certo Rosenberg, critico d’arte del periodo, Action
Painting. La motivazione di questo nome risiede nelle caratteristiche
fondamentali della pittura di Pollock e di altri artisti del movimento:
un’intensità ed un’espressività energica che sgorgava dai lavori, legata ad un
netto rifiuto di schemi compositivi rigidi, alla ricerca di uno spazio della
libera creatività dell’individuo, di un luogo d’improvvisazione e trascrizione
di impulsi interiori, in pieno contrasto con l’alienante società tecnocratica.
Nato da radici surrealiste (durante la seconda guerra mondiale vari artisti
europei, in primis André Masson fuggirono in America e vi portarono i loro
fermenti culturali), con uno sguardo deciso verso gli stimoli apportati dalla
cultura orientale e da quella di matrice centroamericana, il movimento propugna
l’intensificazione del gesto dell’artista, il quale deve abbandonarsi ad ogni
controllo, ai buchi neri dell’inconscio, lasciando che la sua opera - vista ora
come vera e propria impresa eroica - gli prenda magari la mano e acquisti una
propria autonomia.
Action quindi come fine ultimo di un’arte che viene a coincidere con la vita per esprimere una realtà totale di un mondo che si genera continuamente da un frammento indefinito di caos interiore. Il metodo per raggiungere questo fine è quello dell’automatismo psichico, in un ideale tentativo di far retrocedere la tecnica pittorica, introducendo nel campo delle forze creative una sorta di “non-lavoro” che richiede tuttavia assoluta disponibilità e instabilità. La più famosa tecnica utilizzata proprio da Pollock è infatti il cosiddetto dripping, il gocciolamento, già introdotto dai surrealisti (Ernst e Masson soprattutto), che egli però effettua ponendo la tela a terra e spargendo il colore con movimenti circolari, entrando persino nel quadro ed aggiungendovi all’occorrenza altri elementi come pezzi di legno, chiodi, bottoni, ecc. Quest’approccio richiede una notevole fisicità corporea, con l’intento principale di modificare il materiale a disposizione dell’artista, il quale, dando sfogo al suo furor creativo interiore, trasforma la tela nello specchio del sentimento, luogo in cui vomitare catene emotive ed impulsi altrimenti sopiti.
Questo
nuovo progetto si pone come fine precipuo il ricercare anzitutto un equivalente
musicale della pittura, e, più in generale, della poetica di Pollock. Per
raggiungere tale scopo sfrutta principalmente processi di accumulazione,
gli stessi che il grande pittore americano adottava per dare vita alle sue
opere, finendo per produrre entità fatte di pulsante caos vitale. La vita
dell’uomo contemporaneo è, per natura, un accumulo di idee, emozioni,
esperienze: ogni crescita è fatta necessariamente di accumulazione, spesso
aleatoria ed incontrollabile, non programmabile a priori. Le composizioni, o
meglio, le azioni sonore del progetto Pollock adottano pertanto come
principio cardine quest’idea di accumulazione quasi organica di materiale, con
il fondamentale
intento di mirare alla intrinseca gestualità
del messaggio sonoro, in grado di accendere emozioni nella misura stessa in cui,
appunto, sono specchio del sentimento di chi lo comunica e crea.
La generazione di questa “macchina sonora”, dall’aspetto marcatamente elettronico e non a caso già pronta ad acquisire una propria autonomia, non può tuttavia lasciar da parte uno storico riferimento musicale, nel quale la materia sonora giunge ad esplodere in un turbinio di cataclismi magmatici e consecutivi: si tratta dei Gruppen per tre orchestre di Karlheinz Stockhausen, composizione datata 1957, in cui l’accumulazione genera effetti devastanti quando le orchestre si trovano a suonare in contemporanea generando vortici a prima vista incontrollati. Lo spettacolo ha infatti inizio proprio da un frammento di questo brano, opportunamente modificato, ossia filtrato e manipolato in alcuni punti, senza che tali modifiche si rivelino troppo invasive (ma comunque ben percepibili!), a dimostrare che il caos vitale è sempre in continua, incontrollata evoluzione.
Anche questo progetto ha naturalmente una veste multimediale, o, per meglio dire, multiespressiva: per quanto concerne infatti la componente testuale, utilizzata soltanto in alcuni interventi, è stata adottata la tecnica, già propria dei surrealisti, della scrittura automatica: sono allora sgorgate, pensando chiaramente a Pollock, parole che cadono a terra come gocce di colore, seguendo una traiettoria, magari accidentata e pure tautologica. Frammenti di parole, sillabe, che chiedono al più presto di essere pronunciate con espressiva fisicità.
Inoltre
saremo affiancati dalle azioni coreutiche di
Elisa Mucchi e
Natasha Czertok,
personaggi già noti
a livello nazionale nell’ambito
della danza contemporanea e artefici di vari
progetti e workshop. La finalità di questa sinergia tra le varie espressioni
artistiche sta naturalmente nel voler rendere corporeo a tutti i livelli questo
rapporto/raffronto con la materia sonora, a sua volta prodotta con quell’approccio
fisico e gestuale tipico dello stile improvvisativo automatico.
La scena sarà infine completata dalla proiezione di immagini video, acquisite in tempo reale da un operatore, il quale riprenderà direttamente le azioni di musicisti e danzatrici, ingigantendone e manipolandone le forme, offrendo così un risalto visuale al blob espressivo già manifestatosi.
PERSONNEL
Simone Montanari - violoncello
Gianluca Lo Presti - basso elettrico, kaosspad, synth, loopstation
Disorder - voce, pianoforte, clarinetto, minikaosspad, percussioni
Natasha Czertok, Elisa Mucchi - azioni coreutiche