Questa
recensione è stata pubblicata nel 2004
all'interno della webzine Rosa Selvaggia (www.rosaselvaggia.com)
e successivamente RITIRATA; viene pertanto qui
pubblicata su gentile concessione degli autori.
ATARAXIA
- AUTUNNA ET SA ROSE
Vampyria, Cella di Reggio
Emilia, 17 Aprile 2004
È quasi passato un anno dal memorabile concerto
che Ataraxia ed Autunna et Sa Rose tennero in
quel di Rovigo ed il ricordo di quella magica
serata ci ha accompagnato per tutto questo
tempo, tant'è che dentro di noi abbiamo
continuato a coltivare in silenzio il desiderio
di rivedere all'opera entrambi i progetti. Il
concerto organizzato dal Vampyria si presenta
così ai nostri occhi come una tentazione cui
davvero non sappiamo resistere e quando
arriviamo alle porte del noto locale emiliano ci
scopriamo essere carichi ed animati di buone
aspettative per la serata. Entriamo, e dopo
pochi minuti ci accorgiamo che il consueto clima
di serena spensieratezza che alberga in queste
sale si è volatilizzato per lasciar spazio ad
una vaga ma palpabile tensione, che ricopre ogni
cosa ed ogni cosa opprime. Sotto di essa sembra
quasi d'esser in una tetra foresta carpatica su
cui pesa un cielo di tempestose nubi grevi di
oscuri presagi.
Camminiamo
sotto la diabolica effige di una gioconda
vampiresca e su tappeti in cupo velluto e
intanto ci guardiamo intorno, alla ricerca di
qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere e
da cui ottenere qualche informazione extra sulla
serata. Misteriosamente, l'orario previsto per
l'inizio dei concerti sembra essere sconosciuto
ai più, e i pochi che pensano di saperlo ci
rispondono in maniera discorde. Ci decidiamo
così a chiederlo ad alcuni membri dello staff
del locale, ed invece della solita cortesia
otteniamo solo delle mezze risposte, parole
gettate lì in modo brusco ed approssimativo da
cui si capisce chiaramente che quel che verrà
è ancora avvolto in imperscrutabili nebbie. Il
che equivale a dire che, come al solito, a noi
del pubblico non è dato sapere nulla di
preciso, l'importante è che rimaniamo lì buoni
ad aspettare, fiduciosi nelle divinità
organizzatrici e assolutamente dediti a
tracannare quanta più birra possibile.
Professando per simpatia un'astemia rigorosa, ci
rassegniamo all'ennesima lunghissima attesa,
sperando che la Musica arrivi presto a scacciare
quelle nuvole che nel frattempo si sono
ispessite ancora, segno che non siamo noi gli
unici ad essere urtati da un determinato
atteggiamento. Fermi, sotto il palco, ci sembra
che il tempo scorra ancor più lentamente,
lacerato tra voci insistite che vorrebbero il
concerto prossimo ad iniziare e smentite
semi-ufficiali.
Con
oltre novanta minuti di ritardo,
Vittorio e
compagni (Ataraxia ndr ) salgon infine sul palco
ed il concerto ha così inizio, tra gli
immaginari rintocchi di una fresca mezzanotte di
tarda primavera e i rigogliosi rami d'edera
stesi ad adornare il palco, a richiamare anche
visivamente i temi portanti del disco nuovo,
ispirato dall'essenza simbolica e magica dei
giardini di ogni epoca e cultura, intesi come
luogo di passaggio verso un'altra dimensione. Il
brano di apertura, "Azar", non si
segnala per essere una delle composizioni
migliori del gruppo: la melodia di chitarra è
troppo discorde dal cantato, ed il brano stesso
risulta essere troppo confusionario, spezzato
com'è da continui cambi di ritmo. Non possiamo
non rimanere leggermente delusi anche
dall'ascolto delle canzoni successive, in cui
davvero troppi sono gli elementi che si
inseguono in maniera disordinata e che cercano
di convivere tra loro. Eccessivo a nostro avviso
l'uso delle percussioni, troppo discordi nei
suoni prodotti, ed eccessive le influenze
etniche che si avvertono nelle melodie proposte.
Persino la voce non è sempre all'altezza della
sua fama, sono molte le imprecisioni che
sfuggono alla brava Francesca, e tra queste
anche una strofa interamente stonata a metà
concerto. Piccole cose certo nell'ottica di un
lavoro nuovo che si presenta comunque
affascinante e ricco di passaggi interessanti e
che però " è doveroso dirlo " sembra
essere il lavoro più chiuso e fine a se stesso
di tutta la produzione discografica di Ataraxia.
Abbiamo sempre amato la loro musica per la
semplicità armonica su cui era costruita: poche
linee erano in grado di descrivere un intero
mondo. Ascoltando i brani di "Saphir"
(alla fine del concerto ne avranno proposti ben
otto) ci accorgiamo di come quelle poche linee
siano divenute un oceano di dettagli che
costruiscono un lavoro che non si può non
definire dispersivo. Nella seconda metà del
concerto, la compagine modenese ci regala
qualche perla del suo repertorio passato. Da
"Tu es la force du silence" alla
rediviva "Nossa Senhora dos Anjos"
fino a "Nei sotterranei dell'Opera" e
"Oduarpa" non possiamo che rimanere
estasiati dinanzi alla bellezza dei brani
presentati: qui riconosciamo i veri Ataraxia e
la musica che ci ha fatto innamorare di loro.
Con un ultimo encore, "Blood of Cherries",
il gruppo ci lascia alla notte del Vampyria dopo
quasi un'ora e venti di spettacolo. Ci restano
comunque molte buone impressioni, unitamente a
qualche ombra, ed una certezza: il fonico del
Vampyria sembra finalmente aver imparato a fare
il suo dovere. I suoni erano buoni, la musica si
sentiva bene. Una novità da queste parti,
verrebbe da dire.
Attendiamo,
stoicamente fermi nelle nostre postazioni, che
l'estenuante rito del cambio di palco si consumi
e ci prepariamo spiritualmente al concerto di
Autunna et Sa Rose. Siamo piuttosto curiosi
di vedere il tipo di spettacolo che la compagine
ferrarese andrà a presentare qui al Vampyria:
certamente non è il posto migliore per eseguire
un set acustico quale quello offerto a Rovigo, né
ci sembra luogo adatto ai virtuosismi vocali di
Sonia, abituata a ben altri palcoscenici. La
formazione che ci si presenta dinanzi è infatti
diversa da quella ammirata nemmeno un anno
prima, e, come da previsione, non c'è la
cantante. Al suo posto fa la sua comparsa
Gianluca Lo Presti, che nel corso della serata
sarà chiamato a vestire la duplice figura di
chitarrista e manipolatore sonoro e che riuscirà
a far risaltare con la sua esperienza il lato più
sperimentale e avanguardista del gruppo. Aspetto
questo che caratterizzerà l'intero concerto,
sin dalla devastante ed inquietante versione di
"L'Art e la Mort" offerta in apertura,
dove tra un rumorismo creato ad arte e pochi
tocchi di violoncello che sfiorano il noise si
libra la drammaticità teatrale della voce di
Disorder, che ci sorprende piacevolmente per la
sua recitazione appassionata e vissuta. Al buon
esordio segue una selezione di brani forse
eccessivamente colta e certo di non facilissimo
ascolto, vista l'ora realmente tarda che ormai
s'è fatta.
Non
è cosa elementare seguire la complessa indagine
sonora nascosta dietro "Je voudrais être
le tonnerre" né assimilare appieno la
surreale rielaborazione de "La morte di
Virginia", in cui si abbandona
definitivamente il terreno della musica per
entrare in quello della pura sperimentazione e
della più ardita ricerca. La voce campionata
della prima cantante del gruppo, Daria, si
insegue a loop in base e a questa si sovrappone
quella di Disorder, anch'essa frammentata e
rarefatta come può esserlo solo la riproduzione
di una memoria incisa molto tempo addietro su un
vecchio nastro rovinato, mentre Gianluca e
Simone intessono una struttura distorta di
non-musica che forma perfetta colonna sonora per
il duetto vocale in corso. Sono ormai le due
passate di notte, e parte del pubblico si
arrende e se ne va, esausto per la serata
lunghissima e forse impreparato a cimentarsi con
qualcosa che si elevi al di sopra dei tanto
amati cliché di massificazione e appiattimento
culturale professati da gruppi come Blutengel e
compagnia. Una sessantina di persone però
decide di rimanere, stregate dall'ottima
commistione di musica e teatro proposta dal
combo ferrarese, e la loro devozione verrà
ripagata dalla splendida seconda parte del
concerto, molto più aggressiva e spinta per
dinamiche e potenza sonora. Abbiamo così la
fortuna di ascoltare una splendida cover di
"Egypt" dei Tuxedomoon, una
lunghissima e travolgente suite elettronica di
indiscutibile bellezza in cui non possiamo non
sentir riecheggiare temi e motivi cari alla
musica cosmica tedesca e che ci presenta un
ulteriore aspetto del poliedrico mondo di
Autunna. Ad "Egypt" seguono quindi
alcuni brani che ci offrono ulteriori
rielaborazioni di musiche già esistenti e che
riteniamo riduttivo definire cover, poiché
delle forme originarie conservano solo alcune
linee ed alcune idee attorno alle quali sono
state sviluppate delle canzoni perfettamente
autonome e sostanzialmente diverse da quelle
originali. Il genio del gruppo si rivela così
appieno, enfatizzando l'aspetto più marziale
della musica in "Decline and Fall" o
l'indagine onirica in "Leben-Tod:
Spiralemusik II", per chiudere con una
versione di "Der Tod ist ein Dandy" in
cui l'originale degli Einstürzende Neubauten
viene letteralmente sconvolto, in un tripudio di
rumore e suoni in cui un Disorder assolutamente
spiritato dona tutto se stesso alla sua arte,
cantando e urlando e minacciando col trapano che
regge in mano il pubblico ipnotizzato. Un ottimo
concerto, fatto da persone che in musica hanno
ancora voglia di inventare e non di vivere di
riflesso su quello che altri hanno fatto prima
di loro. Dispiace quindi aver chiaramente visto
il proprietario del Vampyria far cenno al
merchandiser di Autunna di dire ai ragazzi di
accorciare il set a concerto in corso,
trattenendo a stento un'espressione schifata: di
ottusità ed ignoranza ne è pieno il mondo, e
ai concerti sarebbe bello non vederne, specie
quando per una volta capita di assistere in una
stessa serata a due performance estremamente
valide.
( Testo de: I Lupi di Winhall )